La vita a Bologna di Amr, attivista sudanese per la democrazia

La vita a Bologna di Amr, attivista sudanese per la democrazia

Amr ha 38 anni, una laurea in informatica conseguita in India, un Master in Sviluppo Sostenibile a Bologna e un passato da attivista che gli è quasi costato la vita. È arrivato in Italia sei anni fa attraverso i corridoi umanitari, partendo dall’Etiopia, dove aveva lavorato per anni come interprete per l’UNHCR. Oggi vive a Bologna e lavora nel settore sociale, ma il suo sguardo conserva la concretezza di chi ha dovuto ricostruire il proprio futuro più di una volta.

 

Amr, partiamo dal tuo arrivo. Cosa ricordi dei primi giorni in Italia e dell’incontro con la cooperativa?

Quando sono arrivato non mi era tutto chiaro. Ti ritrovi in un posto nuovo con mille domande sul futuro. Siamo stati accolti a Villareggia, una comunità che fa parte della rete della cooperativa. All’inizio non capivo bene come funzionassero le cooperative, ma con il tempo, iniziando anche a lavorarci, tutto è diventato più nitido. Ricordo che il mio obiettivo era non aspettarmi qualcosa di “gigante”, ma rimanere realista e cogliere ogni opportunità per studiare e andare avanti.

 

Il tuo percorso universitario è stato molto internazionale. Com’è stato studiare a Rimini dopo l’esperienza in India?

È stata un’esperienza bellissima. A Rimini ho frequentato il Master in “Economia delle risorse e sviluppo sostenibile”. La città mi è piaciuta molto: è a misura d’uomo, giravo sempre in bicicletta e il campus era a due passi dal mare. Il corso era in inglese e c’erano studenti da tutto il mondo. Paradossalmente, in quegli anni ho parlato poco italiano perché l’ambiente era molto internazionale, ma vivere in una casa della cooperativa con altre persone mi ha aiutato a non perdere il contatto con la lingua e la cultura del posto.

 

Hai conseguito un Master in Sviluppo Sostenibile, un titolo di alto livello. Com’è stato poi l’impatto con il mercato del lavoro italiano?

È stata la sfida più difficile. Pensavo che, una volta finiti gli studi e con gli strumenti giusti, trovare un impiego nel mio settore sarebbe stato naturale, ma la realtà è stata diversa. Per quasi un anno ho cercato un’opportunità nell’ambito della sostenibilità e dei progetti “green”, ma a Bologna non sono riuscito a trovare nulla. Mi sono scontrato con un sistema dove, nonostante la specializzazione, resti precario. A 38 anni non è facile accettare di ricominciare da zero in ambiti che non ti appartengono, mentre senti la responsabilità di dover aiutare la tua famiglia rimasta fuori dal Sudan.
Spesso l’accoglienza si ferma ai bisogni primari, oppure offre formazione per chi parte da zero, ma per chi ha già una formazione alta serve un supporto diverso. Io non volevo dipendere dall’assistenza, volevo usare i miei strumenti per essere autonomo, ma non sono bastati ad oggi. Ma continuo ancora a cercare, desidero davvero lavorare nel settore della sostenibilità, ho scelto questo ambito perché credo nel suo impatto e so che c’è bisogno di professionisti in questo settore.

 

In Sudan sei stato un giovane attivista, impegnato per il cambiamento del tuo Paese. Cosa ti porti dietro di quegli anni?

Ho sempre creduto nel contributo che noi giovani potevamo dare al Sudan. Nel 2013 ero in strada per le manifestazioni; mi hanno sparato e sono stato fortunato a sopravvivere, mentre altri ragazzi accanto a me hanno perso la vita. È stato un periodo di grandi speranze e sacrifici. Oggi, dopo la guerra del 2023 che ha colpito Khartum e disperso la mia famiglia in diversi Paesi, quel sogno sembra lontano. Ma resta la consapevolezza che il cambiamento non è solo emozione, richiede strategia e realismo.

Oggi lavori nel sociale a Bologna. Come vedi il tuo futuro e cosa diresti a chi è appena arrivato in Italia?

Attualmente lavoro in una cooperativa sociale, mettendo a frutto l’esperienza che avevo già maturato in Etiopia. Il mio sogno era lavorare nella sostenibilità ambientale, ma dopo la guerra le mie priorità sono cambiate: ora ho la responsabilità di aiutare la mia famiglia che è fuori dal Sudan. A chi arriva oggi dico di studiare e di cercare di capire a fondo la cultura italiana. Se inizi un percorso, se impari la lingua e ti relazioni con le persone, le opportunità arrivano, ma devi adattarti. L’Italia è diventata la mia casa, un posto dove, nonostante le sfide, continuo a costruire il mio domani.