Spesso si pensa all’accoglienza come a un porto sicuro dove fermarsi. Per noi di DoMani, invece, l’accoglienza è un motore: un’opportunità per riattivare sogni e competenze che i conflitti e i viaggi forzati hanno cercato di spegnere.
Oggi vi raccontiamo la storia di Miriam, una delle prime persone accolte attraverso i corridoi umanitari. Miriam vive in Italia da cinque anni con i suoi due bambini. La sua non è solo una cronaca di migrazione, ma un racconto di dignità ritrovata attraverso lo studio e il lavoro.
Partiamo dall’inizio del viaggio per l’Italia: arrivavi da Addis Abeba?
Sì, prima siamo scappati dall’Eritrea e abbiamo vissuto in Etiopia come rifugiati. Eravamo registrati: in questo modo riesci ad avere dei documenti, altrimenti non esisti. Mia zio ha una moglie italiana, Alda, vivono in Italia e alla figlia, Sonia, ci hanno aiutato a partire tramite i corridoi umanitari. Poiché ero incinta di Elias, ho dovuto aspettare sei mesi dopo il parto prima di poter viaggiare in sicurezza.
Qual è il primo ricordo che hai del tuo arrivo in Italia?
Comincio con uno scherzo, un ricordo buffo. Arrivati avevo con me mio figlio piccolo, di pochi mesi, in braccio e l’altro di due anni e mezzo. Ero affamata e stanchissima. Quando siamo entrati ci hanno accolto con i nostri balli e canzoni. Ho visto una banana a centro tavola e pensavo fosse finta, una decorazione. Da noi non sono così grandi e perfette come quelle del supermercato; solo quando ho visto gli altri mangiarla ho capito che era vera!
Questo era successo a Bologna quando sei arrivata?
No, a Roma. Lì abbiamo incontrato Giacomo. Ricordo lui perché, anche se sono abituata alle persone con la pelle bianca, per me stare intorno solo a bianchi era per la primissima volta. Io sono nata e cresciuta in Arabia Saudita, però anche lì hanno più o meno come il mio colore. È come se la mia mente ha pensato: lui è la persona da ricordare. Poi abbiamo preso il treno per Bologna, fino all’Eremo di Ronzano.
Com’è stato l’impatto con Ronzano? Ti piaceva stare all’Eremo?
Ti dico la verità: non ci aspettavamo una cosa così bella. Immaginavo di dover dividere una stanza con altre famiglie. Invece no, ci hanno dato una camera per noi, c’era il papà dei miei figli, il mio ex marito, con i nostri due figli, e aveva una cucinetta, un bagno dentro, abbastanza ampio, semplice, tre letti. Era fine maggio, c’era un’aria bellissima. Ho un bel ricordo.
Anche se la convivenza tra diverse famiglie richiede sempre un po’ di fatica e mediazione, non c’è mai stata una discussione grave. Eravamo tutti adulti, parliamo e risolviamo le cose. Però i figli giocavano insieme. Erano due famiglie, con un bambino di quattro anni e un’altra mamma, simile, con bambini di sette o otto anni. Quindi i bambini vivevano insieme, giocavano fuori insieme.
Quindi per il tuo ex marito è stato più semplice trovare lavoro?
Sì, lui aveva studiato in una scuola italiana da piccolo e parlava bene la lingua, quindi si è inserito, già dopo quattro mesi ha avuto il permesso di soggiorno e ha cominciato a lavorare. Per la procedura dei documenti c’erano sempre loro [gli operatori] ad aiutarci. Andavamo con loro, noi dovevamo solo essere presenti, per firmare. Col loro andavamo ovunque, anche per la prima spesa che abbiamo fatto era con l’operatore. Ci faceva vedere dove andare, cosa fare. Anche la prima messa, alla domenica, ci hanno fatto vedere dove potevamo andare lì vicino. Bello, io ho un bel ricordo.
E tu invece? Parlavi italiano o no?
Per me è stato difficile perché con un bimbo di sei mesi non riuscivo a frequentare la scuola.
Dopo l’estate ci hanno iscritto al CPIA, che è importante, perché rilascia documenti validi per la cittadinanza. Per imparare davvero, però, non basta studiare, anche se conosci le regole: dovevo esplorare la città e chiacchierare con le persone per fare pratica. Quando mia zia è andata in pensione ha cominciato a tenermi il bambino piccolo e io potevo uscire un po’.
In estate la cooperativa aveva trovato dei volontari che venivano all’Eremo per farci imparare la lingua. Quei volontari venivano a chiacchierare, si portavano una ricetta italiana, noi facevamo le nostre. Era bello. Soprattutto quando sei una rifugiata.
Per me in Italia è stata la seconda volta (come rifugiata), perché la prima è stata in Etiopia, scappata dall’Eritrea. Quando vai, lasci tutto. Lasci tutto gli oggetti, tutto il passato. Non hai documenti, non hai parenti. Hai solo la tua memoria e la tua storia. E già quello è pesante. Lasciare tutto.
Non importa se sei ricca, povera, brava, non importa.
Sei un’umana, no? E, lasciando tutto, già ti pesa.
E ti fai la domanda: ma sto facendo bene? Poi, quando arrivi, c’è l’ambientamento all’area, l’ambientamento di linguaggio, l’ambientamento alle persone.
Come affrontavi questa pesantezza?
Avendo tutta questa pesantezza, la cooperativa è importante: ti senti accolta, come dire, sostenuta, ti fa sentire libera, perché puoi parlare anche in amarico. E mi trovavo bene, perché parlavo come sto parlando con mio marito o un’amica, anche quello aiuta. Ma guarda che andare a spiegare una cosa a una persona che non conosce la tua lingua e tu conosci poco la sua, è difficilissimo!
E dopo il periodo a Ronzano? Com’è proseguito il tuo percorso?
Dopo sei mesi ci hanno trovato una casa in affitto, aiutandoci inizialmente con le spese e l’arredamento. Il problema era che, non lavorando, non riuscivo a far entrare mio figlio al nido. La cooperativa mi ha aiutato a trovare una soluzione part-time: portavo Elias a scuola e io andavo ai corsi di italiano. Poi è arrivato il Covid e tutto si è fermato.
L’ostacolo della lingua era molto difficile per te?
Sì, durante il Covid con le mascherine: non capivo se le persone sorridessero o fossero serie. Mi ha aiutato molto Alda, la moglie di mio zio; non parlavamo lingue comuni, all’epoca io parlavo tigrino, arabo, inglese e amarico, ma non l’italiano. Perciò comunicavamo con Google Translate. Quando non hai la lingua italiana, molti italiani pensano che tu non sappia nulla. Non vedono che sei laureata e hai esperienza; se non hai voce, per loro non hai sapere.
Con la tua laurea potevi lavorare in Italia?
In Eritrea ero laureata in lingue e insegnavo, ma qui i miei titoli non erano riconosciuti. Mi hanno proposto un corso tech (TQG) per donne rifugiate e ho deciso di provare. Ho scelto il ramo del Project Management perché simile all’insegnamento: richiede pazienza e capacità di trasmettere agli altri. L’organizzazione era perfetta: mi mandavano persino una babysitter a casa per permettermi di studiare.
E ora cosa fai?
Dal 2022 lavoro in una grande azienda tech e sto diventando Senior. Gestiamo applicazioni per grandi clienti e ho molte responsabilità. Quando stacco alle 17:00, spengo la parte del cervello che pensa al lavoro e accendo quella della mamma.
Ci sono altre figure di riferimento per te importanti a Bologna?
Sì, l’associazione che abbiamo creato, “SELAM”, siamo una comunità di circa 15 famiglie eritree. Ci vediamo ogni sabato in parrocchia per insegnare ai figli la nostra lingua e cultura. Siamo persone che hanno scelto di non tornare in Eritrea sotto l’attuale governo e che non accettano i ricatti dell’ambasciata, come pagare il 2% dello stipendio al regime.
Quale consiglio daresti a chi è appena arrivato in accoglienza?
Sai quando arrivi in Italia è un momento in cui i tuoi parenti ti fanno mille domande “e ora cosa fai? Resti in Italia?!” Ci sono altri parenti, altri amici, che pensano che l’Italia è solo un passaggio. Un primo step. Per andare… non so dov’è, in nord Europa. E ti fanno mille domande “e quindi? Allora, hai trovato qualcuno che ti porti al nord? [passeur] Ce ne sono tanti. Hai trovato? Ti aiutiamo noi a trovarlo! Dove vuoi andare? Non devi fare le impronte!”
Ci sono mille informazioni che ti dicono. Ti lavano il cervello. Quindi, se fai così, se parti di nuovo, devi cominciare tutto da capo. Io suggerisco di non ascoltare chi dice che l’Italia è solo un passaggio. Un nostro detto insegna: la fortuna è con te, non nel posto dove vai. Io amo l’Italia, la gente comune che ti parla al bar, il clima, non voglio andare al nord a deprimermi.
Abbiate pazienza, imparate la lingua e fate un passo alla volta: le cose cambieranno.