Esistono nomi che sembrano segnare un destino. Per Hashem, incrociare il nome della nostra cooperativa è stato come trovare un pezzo mancante del proprio puzzle: «Appena ho visto il nome…Ho fatto un passo indietro e ho pensato che fosse il mio posto».
La storia di Hashem è un viaggio lungo dieci anni che attraversa la Giordania, la Spagna e la Svezia, per approdare finalmente a Bologna il 12 giugno 2025. Ma non è solo un resoconto di chilometri percorsi: è il racconto di chi ha imparato a sorridere non per assenza di dolore, ma perché stanco della tristezza.
In questa intervista, Hashem ci porta dentro la sua realtà: la concretezza dell’integrazione, che passa dai documenti; la salute come diritto e il valore di una comunità in cui non sei un numero, ma tutti sanno chi sei e come stai.
Oggi Hashem sogna di tornare a fare il ragioniere, di perfezionare l’italiano e di aprire un’attività tutta sua.
La sua è una storia di dignità che non chiede compassione, ma spazio per costruire. Perché, come dice lui, «siamo ancora vivi perché pensiamo sempre al domani».
Ciao Hashem, ti va di raccontarci il tuo percorso fuori dalla Palestina?
So che sei stato in Svezia. Com’è stato essere accolto in Svezia?
Ho vissuto 9 anni in Svezia, ho capito come funziona l’accoglienza in Europa in generale. Poi ho deciso di venire in Italia. Qui sono stato accolto meglio che in Svezia. Ho avuto dei problemi di salute e sono stato ben curato.
Come eri arrivato in Svezia? Hai avuto una rete di supporto, come un corridoio umanitario o parenti da raggiungere lì?
No, sono partito solo dalla Palestina, in auto, e sono arrivato in Giordania, ho avuto il visto in Giordania e da lì sono arrivato prima in Spagna in bus e in treno, poi da lì in Svezia. Successivamente dalla Svezia, dopo anni, sono partito per Bologna.
Non ho avuto una rete di supporto, ho dovuto fare tutto da solo. Solo una persona mi ha aiutato per il visto, poi ha fatto tutto da solo.
Com’è stato l’arrivo in Italia? Ci sono stati dei momenti difficili?
Sono arrivato in Italia il 12 giugno 2025 e, una volta in stazione, la polizia mi ha indicato dove andare per poter fare richiesta di protezione. La prima notte ha dovuto dormire fuori dalla questura. È stato quello il momento più difficile. Il giorno dopo, il 13, ho seguito la procedura di acquisizione delle impronte. Successivamente in questura mi hanno portato delle cose, mi hanno dato acqua, cibo, poi mi hanno dato l’indirizzo di una moschea, mi hanno detto di andare lì perché c’era una comunità che poteva aiutarmi.
Sempre in questura mi hanno fornito l’indirizzo dell’ASP. Dopo 8 giorni aveva un posto dove stare, in quegli otto giorni delle persone della moschea mi hanno aiutato.
Come vedi il tuo presente? Che cosa desideri per adesso?
Vorrei lavorare, vorrei continuare nel mio ambito (in Palestina lavoravo come ragioniere).
Lì svolgevo anche un altro lavoro, seguiva un’attività con le scuole, in cui fornivamo tutto ciò di cui c’era necessità nelle scuole, dai vestiti ai libri.
Spero di creare in futuro una mia attività, prima però voglio andare a scuola e imparare l’italiano.
C’è differenza tra l’accoglienza del sistema italiano e quella del sistema svedese?
In 9 anni che ho vissuto in Svezia ho avuto solo il permesso di soggiorno, mentre in Italia in 4 mesi ho tutti questi documenti. [NDR. Mentre racconta Hashem allinea ordinatamente sul tavolo il permesso di soggiorno, la carta d’identità, la tessera sanitaria, l’abbonamento ai trasporti e la carta del conto corrente]. Questa è una grande differenza rispetto alla Svezia.
In Svezia poi non potevo spostarmi, cioè anche se volevo spostarmi restando sul territorio svedese non potevo farlo, non potevo andare in un’altra città, altrimenti vieni escluso dal sistema dell’accoglienza. Anche questo era molto limitante. Per me è stato proprio così. Quando ho conosciuto dei miei compaesani, questi mi hanno dato il loro indirizzo e mi sono spostato verso di loro. Ho deciso di uscire dal mio comune e andare da loro a vivere. Così mi è stata bloccata anche la carta del conto corrente svedese, con dei soldi che avevo.
Gli altri servizi svedesi come sono?
Ho fatto delle visite mediche lì. Mi avevano detto che avevo l’asma, mi hanno dato il cortisone per sei anni. In Italia ho fatto delle visite, risulta un po’ di allergia, ma non ho asma e non prendo più il cortisone. Ho solo un inalatore che ho usato pochissime volte.
Ho anche un problema al braccio. Mi dissero che dovevo essere operato, ma non mi hanno mai operato, non so per quale motivo ma hanno evitato di operarmi.
Invece qui ho fatto le visite e sarò curato al braccio.
E con la cooperativa DoMani come va? Che cosa pensi della cooperativa? Cosa miglioreresti?
Non migliorerei niente della cooperativa. Mi sento accolto. Se quando torno a casa incontro Max o un altro operatore subito mi chiede come sto. Si sta bene a Ronzano. Non sto parlando solo per me, tutta la gente che vive a Ronzano pensa a questa cosa.
So di essere fortunato nel posto in cui vivo. Non c’è niente da migliorare, quando chiedo aiuto c’è sempre lì qualcuno. Quando ho problemi con una persona ci parlo direttamente con quella al momento giusto. Fino ad ora non ho incontrato nessun problema.
Ad esempio: se questa mattina hai avuto una visita per un problema di salute ci sono vari operatori e non c’è bisogno di parlare con tutti, se un operatore la mattina ti porta in ospedale e c’è un altro operatore al pomeriggio non c’è bisogno di spiegargli tutta la situazione al secondo operatore. Appena vai da lui sa già tutto, perché si passano tutti i referti, tutti gli operatori sono informati e questo è ciò che mi piace di più, non c’è bisogno di parlare con tutti, tutti sanno cosa fanno.
Che dici delle attività? Ti piacciono? So che ad agosto siete andati in gita al mare e ti era piaciuto molto…
Sì, sono tornato al mare dopo 27 anni. Se Dio vuole, questo mare è con me.
Sono anche rimasto da solo per un po’, per ricordare tutto. Se senti qualcosa dentro dopo anni è una bella sensazione.
Ti faccio un’ultima domanda Hashem: ammettendo che le cose per la Palestina andranno bene, siamo fiduciosi, un giorno hai in mente di tornare, anche molto in avanti, per la pensione magari…Oppure se ormai, dopo dieci anni in Europa ,sei contento di stare anche qua per sempre?
Tornare è una cosa che vogliamo tutti. Voi verrete in Palestina, a visitare la mia città, Jenin, nella mia casa. E io voglio visitare l’Italia. Io amo l’Italia. Io ora sono in Italia.
[NDR. Sale un po’ di commozione negli occhi dei presenti].
Non sono triste perché non c’è posto nel cuore per la tristezza, però la cosa che mi fa più paura è la gioia. Quello che mi fa paura è parlare della gioia.
Ho visto situazioni molto difficili, per questo non ho posto per la tristezza, anche se ho perso il giudizio. Continuo a ridere, continuo a sorridere, perché ne ha avuto abbastanza di tristezza…
Posso essere triste dentro però continuo a sorridere per questo. Bisogna sempre sorridere.
In Palestina abbiamo sempre vissuto il buio. Ma arriverà la mattina, in futuro finirà la guerra, finirà tutto, anche se non ci sarò io, sono contento perché nel futuro lo saranno gli altri… Siamo ancora vivi perché pensiamo sempre al domani, la mattina di domani è il futuro.
Arrivato qui alla cooperativa, appena ho visto il nome della cooperativa, appena l’ho visto… ho fatto un passo indietro e ho pensato che era il mio posto.
Il nostro grazie ad Hashem per aver condiviso la sua storia.
Una storia che ci ricorda come l’accoglienza non sia solo un atto burocratico, ma un progetto concreto per restituire all’altro il diritto di guardare al domani senza paura.